|

di Gian Pietro Brogiolo
Tra 1995 e 1997, presso
la Pieve di S. Stefano di Garlate si sono succedute tre distinte campagne
di scavo. Promosse e finanziate dalla Parrocchia, per iniziativa del parroco
don Mario Colombini, sono state condotte dal Dipartimento di Scienze dell'Antichità
dell'Università di Padova.
Le testimonianze conservate presso la chiesa facevano presumere una preesistenza
rispetto alle strutture attuali dell'edificio, ricostruito nel XVII e
ristrutturato nel XIX secolo. Comprendono infatti epigrafi funerarie datate
tra fine V e prima metà del VI secolo, un reliquario in argento decorato
a sbalzo e laminette votive, anch'essi del V secolo. Di particolare rilievo
un'epigrafe funeraria del vir illustris Pierius, identificato con il comandante
in capo delle truppe di Odoacre, sconfitto e ucciso in battaglia da Teodorico
nel 489, nei pressi dell'Adda, come ricordano le fonti del tempo. Proprio
questa notizia consentiva di collegare la Pieve di S. Stefano all'insediamento
fortificato di Monte Barro, oggetto di 12 campagne di scavo dal 1986 al
1997 e rivelatosi come un grande castello del V-VI secolo, con funzione
difensiva e di controllo rispetto ai grandi tracciati viari che passavano
ai suoi piedi: la via d'acqua lago di Como-Adda e la via pedemontana Bergamo-Como,
tratto quest'ultimo di una delle arterie più importanti dell'impero romano,
soprattutto nel IV-V secolo, in quanto collegava Aquileia con Treviri,
nella Renania, città, unitamente a Milano, tra le più importanti dal punto
di vista economico (erano sulle rotte commerciali Adriatico-Alpi) e politico
(vennero scelte come residenze imperiali).
Scavare alla Pieve di Garlate significava dunque investigare non solo
le origini della cristianizzazione delle campagne lecchesi, che risale
ai secoli V-VI, ma anche ampliare l'orizzonte di ricerche avviato con
lo scavo del Barro, orizzonte che negli anni '90 si è esteso ad altri
siti significativi: l'abitato rupestre del VI secolo del monte S. Martino
sopra Lecco, indagato nei 1991; la omonima ma geograficamente distinta
Valle di S. Martino, dove nel 1995 e 1996 ricerche promosse dalla locale
Comunità montana hanno portato al rinvenimento di altri siti fortificati
medievali che inizieremo a scavare nel 1998; ed infine il castello del
VI secolo di Madonna della Rocchetta a Paderno, sul confine con il territorio
milanese, che sarà anch'esso oggetto di prossimi scavi. Il risultato atteso
di questo arcipelago di progetti è una ricostruzione del modello insediativo,
in particolare tra età romana e alto medioevo, allorché i processi di
cristianizzazione delle campagne e le strategie di difesa di Milano, capitale
imperiale, erano destinati ad incidere sul popolamento e ad estendere
la loro matrice per molti secoli, talora fino all'età moderna.
In questo quadro, le ricerche alla Pieve di Garlate hanno consentito di
focalizzare numerosi aspetti: (a) le caratteristiche dell'insediamento
di età romana (secoli I-V) che precede il luogo di culto cristiano, (b)
la struttura e l'utilizzo prolungato di una prima cappella cimiteriale
(fine V metà del VII), (c) la sua trasformazione in oratorio (VII secolo),
(d) la ricostruzione di età romanica, con le fasi cimiteriali di età medievale
e moderna.
a) In età romana, in riva al lago di Garlate, venne costruito un edificio
disposto a gradoni sul versante della collina. Verso il lago, vi era un
approdo; a monte la strada pedemontana che, attraversato l'Adda ad Olginate,
dove ancora si conservano sott'acqua i pilastri del ponte romano, iniziava
a risalire verso la sella di Galbiate.
I frammenti superstiti di pavimenti in mosaico a terrazzo con fasce laterali
bianche e nere (fig. 1) e di affreschi a grandi campi colorati indicano
una elevata qualità e suggeriscono, unitamente ai reperti ceramici, una
datazione al I secolo d.C.. La funzione dell'edificio, del quale sono
stati scavati alcuni ambienti, rimane allo stato dell'indagine ancora
problematico. Potrebbe trattarsi di una delle tante ville romane costruite
sulle sponde dei laghi prealpini per sfruttare al contempo le risorse
economiche favorite dal clima mite e quelle paesaggistiche che si confacevano
alla cultura dei ricchi romani della prima età imperiale, e come tale
è stata interpretata nella relazione preliminare. Ma una destinazione
diversa non può essere esclusa a priori. Le dimensioni tutto sommato ridotte,
la scarsità dei reperti ceramici, la vicinanza ai percorsi viari e il
rinvenimento di un'ara riusata nelle costruzioni posteriori potrebbero
infatti far pensare ad un tempio, con annessi ambienti residenziali per
i viandanti. La limitatezza delle indagini e lo studio ancora in corso
dei reperti suggeriscono di lasciare aperta ogni congettura, anche se
questo rende problematica l'interpretazione degli eventi posteriori.
|
|
|
b) Alcune murature dell'edificio
romano vennero riutilizzate, nel corso del V secolo, per una cappella funeraria
privata. Ad aula unica, con abside semicircolare aggiunta presumibilmente
in un secondo momento, accolse una ventina di sepolture: un sarcofago, una
tomba alla cappuccina, e altre a cassa di lastre di pietra. A questa prima
tase di inumazione sono da riferire le sottili lapidi funerarie in marmo,
databili tra il 489 e il 539, collocate in origine sulle pareti del sacello.
Lo scavo ne ha restituito numerosi frammenti che si aggiungono alle tre
rinvenute nel XVIII secolo e ancora nel 1896.
Lepigrafe più importante, e più antica, è quella
già ricordata del vir illustris Pierius, ma non abbiamo elementi
per dire se il mausoleo venne costruito espressamente per lui e poi usato
anche da altri, o se già esistesse allorché vi venne deposto.
Analogamente differente risulta linterpretazione se si considera ledificio
romano una villa o un tempio. Nel primo caso, dovremmo pensare ad un mausoleo
privato, nel quale venne ospitato, per cortesia dei proprietari, anche il
personaggio morto casualmente sulle rive dellAdda. Se si fosse trattato
di un tempio, potremmo ipotizzare che Pierius vi sia stato sepolto, in quanto
luogo pubblico, ma anche in questo caso, le vicende potrebbero essere state
molto più complesse, dal momento di abbandono del tempio (IV secolo)
allinserimento della cella funeraria. E mancherebbero inoltre informazioni
sul tipo di insediamento (una villa o un villaggio?) ad esso riferibile.
Le tombe continuarono ad essere riusate fino al VII secolo, forse perché
appartenenti al medesimo gruppo familiare o, con una interpretazione opposta,
perché ad un gruppo se ne era sostituito un altro. In attesa dei
dati antropologici, attualmente in corso di analisi presso il laboratorio
del Museo di Como, dobbiamo lasciare irrisolto anche questo problema e limitarci
a sottolineare che alcuni personaggi qui sepolti erano avvolti in preziosi
vestiti (ne è rimasta limpronta nel fango di due tombe) e con
corredo funerario oggetto di ripetute spoliazioni. Sono sfuggiti alla depredazione
solo gli oggetti più minuti (figg. 2-3) (elementi di cintura in ferro
con agemine dargento, un minuscolo anello doro di una bambina)
o più modesti (pettini) e solo una sepoltura della prima metà
del VII secolo si è conservata intatta.
Lesempio più vicino e meglio confrontabile con quello di Cariate
è quello di S. Sisinnio a Ossuccio (sempre sul lago, ma in territorio
comasco), costruito in unarea fin dal IV secolo a.C. destinata a necropoli
del vicus degli Ausuciates.
Lo scavo allinterno della chiesa romanica di Xl secolo ha individuato
tre fasi anteriori allattuale. Nella più antica viene costruito
un sacello cimiteriale quasi quadrato (m 5 x 5,50), contenente otto tombe
a cassa in muratura di forma rettangolare o trapezoidale, con fondo in tegole
romane e copertura in lastre di pietra. Tutte le tombe, tranne due, hanno
avuto più deposizioni. |
|