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SOCIETA' DEGLI ARCHEOLOGI MEDIEVISTI ITALIANI
DIPARTIMENTO DI SCIENZE ARCHEOLOGICHE
UNIVERSITA' DI PISA

AUDITORIUM DEL CENTRO STUDI
DELLA CASSA DI RISPARMIO DI PISA (EX BENEDETTINE)
PISA, 29-31 MAGGIO 1997
SEGUENZA DI ETÀ ROMANA E MEDIEVALE NELLA PIEVE
DI GARLATE (LECCO)
di GIAN PIETRO BROGIOLO, G. BELLOSI, L. DORATIOTTO, ELISA
POSSENTI
Piccolo comune della
neonata provincia di Lecco, la località di Garlate, posta sulla
destra idrografica dellAdda a circa 5 km dal capoluogo in direzione
sud, si trova allestremità meridionale del lago omonimo,
originato da uno slargo dello stesso fiume.
Il territorio garlatese si estende sui conoidi, protesi verso il lago,
dei torrenti Orco, Molina, Figina (dove si sviluppano i due insediamenti
più significativi del centro e della frazione Figina), Rio S. Carlo,
Cavallino e Tinazza, comprendendo la collina morenica retrostante sino
a 500 m di altezza e la zona rivierasco-paludosa.
La chiesa parrocchiale, che sorge su di un piccolo dosso roccioso prospettante
il lago, a circa m 205 s.l.m., corrisponde allantica plebana
di S. Stefano, istituzione posta a capo di una pieve che, abbracciando
le due sponde dellAdda, comprendeva lintero Monte Barro spingendosi
probabilmente fino al complesso monastico di S. Pietro al Monte di Civate
che, dagli Inventari di Goffredo da Bussero del XIII sec., è attribuibile
con qualche dubbio alla giurisdizione di Garlate (MAGISTRETTI-MONNERET
DE V!LLARD 1917, p. 292).
Le indagini archeologiche sono state effettuate in due distinte campagne:
nel 1995 nella sacrestia sud e nel 1996 allinterno della navata
principale e del transetto dellattuale edificio seicentesco.
Lo scavo, condotto dallUniversità di Padova e commissionato
dalla Parrocchia di Garlate in occasione di lavori di ristrutturazione
della chiesa, ha preso spunto da alcuni precedenti ritrovamenti (tre capselle
liturgiche e tre lapidi, ascrivibili complessivamente al V-VI secolo)
(SANNAZARO 1994, pp. 287-299) e dalle indagini ettettuate nellambito
di un progetto inteso ad allargare le conoscenze sul territorio circostante
il complesso altomedievale di Monte Barro.
La sequenza individuata si articola in tre periodi principali: romano.
paleocristiano-altomedievale e romanico.
1. PERIODO ROMANO
Lo scavo ha permesso di indagare strutture pertinenti ad una villa, di
pianta complessa, disposta probabilmente su più livelli ed edificata,
a partire da uno strato di coltivo antico, sul versante della collina
degradante verso il lago da cui dista circa un centinaio di metri. I lacerti
di pavimenti e i materiali rinvenuti consentono di collocare la costruzione
tra la fine del I sec. a.C. e gli inizi del successivo.
Sono state individuate strutture murarie, con spessore compreso tra m
0,45 e 0,50, erette in opera incerta con blocchi di calcare appena sbozzati
e rivestite da intonaci di colore giallastro. Le murature sono riconducibili
ad un unico grande ambiente rettangolare di m 11x6 orientato est-ovest,
sui cui lati si aprivano probabilmente altri vani, deducibili dallo sviluppo
delle murature ma la cui pianta non ha potuto essere verificata a causa
dei limiti di scavo e di interventi posteriori.
In fase con questo ambiente, sono due lacerti di pavimento ancora in
situ: posato sopra una preparazione di ciottoli fluviali e malta,
è realizzato in opus signinum con crustae di pietra
nera ed è decorato in opus tessellatum con bande bianche
e nere disposte lungo i bordi. Altri frammenti, realizzati con la medesima
tecnica ma con diversa decorazione (un motivo floreale ripetuto regolarmente,
formato da quattro tessere bianche disposte a croce), sono stati rinvenuti
reimpiegati in strutture di epoche successive ed appartengono, probabilmente,
al pavimento di un altro vano della villa. Sempre allinterno di
unità stratigrafiche posteriori alla vita delledificio, sono
stati recuperati diversi frammenti di intonaco dipinto (giallo, nero e
rosso pompeiano) ed altri materiali da rivestimento di età romana,
come tessere musive bianche e nere, lastrine rettangolari in marmo bianco,
nero e verde, elementi triangolari in marmo bianco di opus sectile.
A causa della quasi totale distruzione dei livelli duso è
risultato, invece, molto scarso il materiale ceramico limitato ad alcuni
frammenti di sigillata nord-italica e ceramica a vernice nera, provenienti
da uno strato in fase con la costruzione delledificio.
Il riuso di alcune murature della villa in un sacello funerario di V sec.
e la buona preservazione delle strutture murarie e pavimentali fanno ad
ogni modo supporre che ledificio abbia avuto continuità duso
fino a tale epoca e, forse, anche oltre. La posizione del complesso acquista,
poi, un peculiare significato se messa in relazione con la strada romana
che, attestata per ora dalla sola Tabula Peutingeriana come tratto della
Bergomum-Comum, almeno a partire dal III sec. (periodo a cui si
data il vicino ponte detto di Olginate) transitava appena a nord della
villa.
Questa via, in età romana, attraverso i municipi pedemontani della
Lombardia, Brixia, Bergomum, Comunum raggiungeva le Alpi, attraversava
il passo dello Spluga e proseguiva, poi, per la Retia e la Germania.
E' incerto se il nostro tratto abbia fatto parte subito di tale itinerario
o se costituisse una successiva strada di arroccamento. Punti fermi del
percorso sono, comunque, da considerarsi i due ponti romani riconosciuti
ad Almenno S. Salvatore e ad Olginate rispettivamente datati al I e al
III sec. d.C.
La strada alluscita da Bergamo risaliva leggermente a nord sino
ad Almenno ove, attraversando il Brembo, puntava su Barzana e raggiungeva
gli abitati di Pontida e Caprino; da qui, entrando nella valle di S. Martino
(dove ancora nel XVII sec. aveva il nome di strada Romea), raggiungeva
Calolziocorte e il ponte di Olginate. Passata lAdda e attraversata
Garlate, risaliva la costa fino a Galbiate, alle falde del Monte Barro
(noto sito fortificato di età gota); transitando poi per le località
di Sala al Barro e Civate, raggiungeva Incino presso Erba (forse lantico
Licini Forum) e, attraverso Albese, la città di Como (DEGRASSI
1946, p.17: FORTUNATI ZUCCALA 1995, pp. 53-55).
2. DAL SACELLO CIMITERIALE ALLA CHIESA PALEOCRISTIANA-ALTOMEDIE VALE
Lambiente di età romana viene, nel corso del V sec., riutilizzato
per limpianto di una cappella cimiteriale la cui planimetria non
è ancora definita con certezza. Due sono le ipotesi possibili:
un sacello rettangolare di m 11x6 che riprende in toto la primitiva
aula romana, oppure un più piccolo ambiente di m 7,50x6 con antistante
nartece. La presenza di questultimo si basa sulla posizione di un
muro N/S, di incerta cronologia, forse già presente durante le
ultime fasi di vita della villa, che, in mancanza di dati stratigrafici
certi, potrebbe anche essere stato eretto come muro di facciata della
cappella paleocristiana.
I limiti imposti dalla messa in sicurezza delledificio attuale e
i tagli eseguiti in epoche posteriori, tra cui quello di un grande sepolcro
settecentesco a camera, hanno impedito la totale esplorazione dellambiente
che, nellarea scavata, appare completamente costipato da tombe,
come spesso è stato constatato in analoghi casi prevalentemente
transalpini (Brogiolo c.s.). Undici sono quelle indagate, su un totale
massimo possibile di venti sepolture.
In base ai rapporti tra le strutture dei singoli sepolcri èstato
possibile identificarne la sequenza cronologica. Va comunque rilevato
che quest'ultima potrebbe essere stata, in gran parte, solo costruttiva
e non corrispondere ad una reale e progressiva occupazione degli spazi
nel tempo. Lo studio dei resti ossei e il restauro dei materiali potranno
forse chiarire meglio questo aspetto.
Due tombe, le più antiche tra quelle individuate, rispettano o
hanno stretti rapporti con il muro divisorio che taglia ortogonalmente
la grande aula riducendone la superficie e modificandone la pianta. Si
tratta di T 17, con copertura alla cappuccina, e della contigua T 27,
a cassa in lastre di arenaria, posizionata a ridosso del perimetrale sud
nellangolo con la possibile facciata.
Seguono altre cinque sepolture che vengono disposte a partire dallangolo
sud-est. Accanto ad un grande sarcofago, probabilmente di reimpiego (T
24), vengono collocate una tomba a cassa in lastre di arenana (T 25) e,
quindi, in successione, altre tre casse in lastre: T 31 (ortogonale a
T 24 e T 25), T 29 e T 21. Queste due ultime sepolture chiudono lo spazio
rimanente tra T 31 e le due più antiche (T 17 e T 27); in particolare,
a 1 29, costruita contro il perimetrale sud, si addossa, sfruttandone
una parete, T 21.
In quanto completamente asportato, non è stato possibile identificare
il piano pavimentale a partire dal quale sono stati praticati i tagli
per le sepolture descritte. Lipotesi più probabile è
che le tombe siano state impostate demolendo progressivamente un pavimento
che, in base a quanto constatato nel nartece (v. ultra), avrebbe potuto
essere quello romano.
Il primo livello pavimentale individuato era costituito da un semplice
battuto di limo grigio-verdastro di cui sono state trovate tracce consistenti
al di sopra e a stretto contatto della lastre di copertura non riaperte
di T 27, 1 29 e T 31 e, in due punti, al di sopra della rasatura del supposto
muro di facciata.
Appare poco probabile, ma non è da scartare, la possibilità
che il livello pavimentale di limo verde, presente anche allinterno
di T 21, 1 27, T 29 e T 31 in seguito ad infiltrazioni, sia il risultato
di un semplice evento alluvionale. Dal momento che mancano tracce di una
pavimentazione intermedia tra le lastre di copertura delle tombe e il
limo, le stesse lastre di copertura, poste a quote anche sensibilmente
diverse tra loro avrebbero inoltre potuto fungere da pavimentazione del
mausoleo.
Si ripropone, quindi, il dubbio iniziale relativo alloriginaria
planimetria delledificio. Il primitivo impianto avrebbe potuto avere
un nartece mosaicato e unaula la cui pavimentazione originaria è
andata completamente perduta. Diversamente, se si considera il limo quale
primo livello pavimentale, il muro divisorio, assimilato alla facciata,
avrebbe dovuto essere già stato rasato e la cappella funeraria
comprendeva tutto loriginario vano di m 11x6.
Il problema rimane aperto e, in mancanza del riscontro stratigrafico,
lunica via percorribile sembra quella del confronto con analoghe
situazioni. In Italia settentrionale un caso in parte simile è
rappresentato dal sacello altomedievale messo in luce allinterno
della chiesa dei SS. Sisinnio e Agata ad Ossuccio (Co). Un ambiente di
pianta quasi quadrata (m 5,5x5), attribuito agli inizi del VII sec., aveva
una pavimentazione costituita dalle lastre di copertura di otto tombe
a cassa in muratura. (CAPORUSSO-BLOKLEY 1995, pp. 243-245). Diversamente
da Garlate, ove è possibile riscontrare dei veri e propri gradini
(fino ad un massimo di cm 14), le lastre sembrano però, in questo
caso, formare un piano quasi orizzontale (CAPORUSSO-BLOKLEY 1995, p. 266
figg. 3-4; p. 268 fig. 7).
Anche la costruzione dellabside pone problemi di collocazione cronologica
che non è stato possibile superare con lo scavo.
Una grande breccia viene praticata nel perimetrale est del sacello, così
da consentire laccesso alla struttura absidale che si va edificando
in appoggio al perimetrale stesso. Costruita in opera incerta, con blocchi
di calcare appena sbozzati e ciottoli fluviali legati da malta, la muratura
dellabside ha uno spessore di m 0,50 cd unapertura stimata,
verso la navata, di m 3,50 Ca.
Contemporanea è una sepoltura privilegiata (T 22), posta davanti
allaltare, orientata est/ovest la cui costruzione ha asportato completamente
la fondazione dellantico perimetrale. Sigilla la tomba e costituisce
la pavimentazione dellabside un mosaico, su preparazione di cocciopesto,
di cui si conserva un piccolo lacerto in opus tessellatum con tessere
bianche e nere che formano un motivo decorativo a bande.
La distruzione di gran parte dellabside primitiva operata durante
la ricostruzione romanica e una successiva grande buca seicentesca hanno
purtroppo tagliato in questa zona i rapporti delle strutture altomedievali
non consentendo, unitamente alla violazione di T 22, una precisa collocazione
stratigrafica della ristrutturazione della cappella funeraria.
Nel frattempo, altre sepolture vengono disposte entro la chiesetta. T
18, posta immediatamente a ridosso di T21 di cui sfrutta lintera
lastra nord, è una tomba a cassa, delimitata da lastre monolitiche
di arenaria interamente sigillate da malta bianca e non più, come
in precedenza, rosata. Nel supposto nartece, che mantiene ancora in uso
la pavimentazione a mosaico romana, o comunque nellangolo nord-ovest
dellaula, sono invece presenti T 28, una deposizione in nuda terra,
e la successiva T 23, in lastre e muratura con copertura monolitica a
doppio spiovente.
Le ripetute riaperture dei sepolcri per nuove deposizioni che, con la
sola eccezione di T21, perdurano sicuramente anche dopo la metà
del VII sec., comportano un continuo degrado della pavimentazione che
viene completamente sostituita nella navata da un pavimento di malta molto
tenace di colore grigio-giallastro; questo presenta ancora il reimpiego
di un lacerto di mosaico romano.
Nel presbiterio, invece, separato ormai da un muretto di cui si conserva
un piccolo lacerto in appoggio al perimetrale sud, la nuova pavimentazione
che, sigilla definitivamente le sepolture, consiste in un cocciopesto
nel quale sono insenti due altri lacerti di mosaico e due motivi decorativi
realizzati con il reimpiego di opus sectile. Questi ultimi erano
posti agli estremi est ed ovest di una lastra in seguito asportata, forse
unepigrafe, di cui è rimasta la chiara impronta.
Unapertura documentata da due gradini viene praticata nel perimetrale
sud e mette in comunicazione il presbiterio con un ambiente di ignota
planimetria individuato nella campagna 95 nella sacrestia sud (già
antica cappella di S. Materno). Di questo vano si conserva un lacerto
in muratura orientato nord-sud con il relativo pavimento in cocciopesto,
ma non è chiaro se si tratta di un nuovo annesso alla chiesetta
o, più semplicemente, di un riutilizzo di un ambiente della villa.
Una sepoltura orientata est-ovest taglia questo pavimento; si tratta di
una cassa rettangolare in lastre di pietra e muratura, purtroppo ripetutamente
violata.
Unulteriore ristrutturazione, effettuata allo scopo di rialzare
la zona presbiteriale, prelude al periodo di decadenza della chiesetta.
Asportata la lastra rettangolare decorata da motivi a triangoli contrapposti
in opus sectile, viene posto in opera fin contro il muretto divisorio
un nuovo pavimento in malta di colore bianco-giallastro che presenta un
vistoso rappezzo formato da undici frammenti dilapidi e da alcuni elementi
di lastre nere da rivestimento.
La cattiva fattura di questultima pavimentazione e il reimpiego
delle epigrafi frarnmentate, che dovevano originariamente essere poste
a muro, sono il chiaro sintomo della fine imminente delledificio.
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