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IL COMES DOMESTICORUM PIERIUS E LA BATTAGLIA DELL’ADDA
DEL 490
Nel 1896 la chiesa parrocchiale di S. Stefano a Garlate fu interessata
da lavori di ampliamento e ristrutturazione che cambiarono l’orientamento
dell’edificio con la costruzione di una nuova facciata sul sito della
vecchia abside; fu nel demolire il vecchio muro absidale che si rinvennero
due frammenti marmorei iscritti pertinenti originariamente un’unica lastra.
Di questo ritrovamento parlò per primo Giovanni Baserga, che fornì prima
edizione dei due epitaffi iscritti sulla lapide; successivamente le iscrizioni
vennero incluse da Ugo Monneret de Villard nel suo corpus delle
epigrafi cristiane comasche e la prima venne pubblicata anche da Angelo
Silvagni nei MEC. Finora dell’epigrafe sono state date letture parzialmente
inesatte e soprattutto non si riconosciuta la possibilità di identificare
storicamente il personaggio citato nel primo dei due epitaffi, ipotesi
che viene discussa in questo libro.
L'EPIGRAFE
I due frammenti, in marmo di Musso, sono conservati presso la parrocchiale
di S.Stefano in un locale attiguo alla sacrestia, misurano rispettivamente
cm 28 x 70 x 8, e 61 x 27 x 8, combaciano e sono sovrapponibili. La lastra
ricomposta presenta lati superiore e laterale destro (per chi guarda)
abbastanza integri, l’inferiore lacunoso e risulta priva di una striscia
di materiale sul lato sinistro. Da questa parte si presenta una frattura tendenzialmente parallela al lato destro,
con asperità, sbrecciature e due incavi ad andamento curvilineo
(cm 8 c.a di diametro) in prossimità dei lati brevi. Sembra un
taglio praticato intenzionalmente, anche se con poca cura, per un imprecisabile
riutilizzo della lastra prima del successivo impiego come materiale da
costruzione. Al reimpiego della lapide si devono anche i residui di malta
rosata conservatisi soprattutto sul secondo lacerto di cui otturano in
parte i solchi delliscrizione.
Considerando che la lacuna ha determinato la perdita, nei casi in cui
è possibile unintegrazione sicura, di 4/5 lettere per riga,
si può calcolare che la striscia di marmo perduta fosse di c.a
cm 13 le misure originarie sarebbero quindi di cm 41 x 131.
Per comodità di esposizione parto dal secondo epitaffio: lincisione
è sottile e poco profonda; liscrizione su 7 linee, presenta
un ductus molto irregolare che risulta lelemento più
evidente dellepigrafe; linterlinea varia da cm i a 4, le lettere,
in altezza di cm 2.5-6.2 sono, considerando anche le restituzioni, in
numero di 8-12 per riga. Rispetto allorientamento della lastra le
linee di testo risultano oblique, soprattutto le prime 2, mentre nelle
altre cè un progressivo tentativo di correzione che determina
un andamento curvilineo.
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Le lettere più caratteristiche sono la A piuttosto stretta e con
traversa spezzata; la B con occhiello superiore piuttosto piccolo; la
D costruita partendo da una cui è aggiunto il tratto semicircolare:
la E stretta; la F con tre bracci, di cui il superiore obliquo e lungo;
la G caudata; la L con braccio obliquo, molto accentuato nellindicazione
numerica e prolungato oltre lasta in un altro caso; la M con aste
esterne leggermente divaricate e vertice inferiore che tocca il rigo,
nella M della prima linea le aste non si congiungono ai vertici; N con
aste prolungate, tranne che nella riga 9; le O sono piuttosto diverse
luna dallaltra, ma tendenzialmente ovali; la Q è caudata;
nella V lasta destra è grosso modo verticale, l'altro, obliquo
e curvilineo, che raggiunge lasta destra; la V della prima riga
presenta caratteristiche diverse e pare quasi costruita corregendo una
C incisa per errore. Particolare importanza per il nostro discorso assume
la T che presenta aspetti diversi: nella linea 2 mostra un braccio sviluppato
e una seconda traversa alla base dellasta, nella riga 5 il braccio
è poco sviluppato, nella riga 8 è praticamente assente,
segnalato solo da un breve sgraffio. Tutte le parole abbreviate sono segnalate
da trattini obliqui talora ondulati.
I caratteri paleografici utilizzati riflettono, come nellaltra epigrafe,
forme comunemente utilizzate nelle officine lapidarie dellepoca
e di cui il ricco patrimonio epigrafico dellarea comense offre numerose
testimonianze; varianti più particolari come la T con due traverse
o la strana V dellultima riga vanno probabilmente imputate allimperizia
ed allestro del lapicida più che a qualche preciso riferimento
formale. Il testo presenta anche alcuni errori di scrittura e volgarismi
che si riscontrano anche altrove:
il comunissimo secu[lo] senza dittongo, Acus[tas] per Augus[tas]»,
bes per bis
Nelleditare lepigrafe il Baserga forniva unindicazione
cronologica errata, ponendola nel 491, invece che nel 490; probabilmente
lequivoco nasceva da unaltra epigrafe di Garlate, già
pubblicata dallAllegranza, che ricorda gli stessi consoli ma che
è datata post consulatum.
Anche il Monneret de Villard pubblica i due tituli con qualche
errore: innanzitutto, e abbastanza inspiegabilmente, riprende la stessa
errata indicazione cronologica fornita dal Baserga; non riconosce che
i due epitaffi appartengono ad ununica lastra e li presenta separatamente;
nel proporre lintegrazione al testo sembra supporre un lacuna anche
sul lato destro e infine legge la data di morte come <d(ie) III»
invece che <(d(je) IIII» ; la datazione ipatica è
invece riportata correttamente al 490 dal Silvagni.
Nella restituzione delle parti mancanti, che, se si esclude la riga 4,
non pongono particolari problemi, divergiamo in qualche dettaglio dagli
editori precedenti : per la riga 2 [Hic relquiescit, già
proposto dal Baserga, va preferito al [Hic] quiescit del Monneret
de Vìllard; considerando le ricorrenze in altre epigrafi dellarea,
nella riga 8 abbiamo optato per Acus[tas] invece che Acus[ti];
nelle righe 8-9 a Faus[tino], scelto da Baserga e Monneret de Villard
seguendo la dizione riportata dallAllegranza per unaltra epigrafe
di Garlate, abbiamo preferito il più normale Faus[to].
La linea 4 presenta unespressione che così come si legge
risulta di difficile comprensione: il Baserga la rese con il poco probabile
v(ir) si(ngula) ris; il Monneret de Villard sembra non pronunciarsi,
tuttavia nellerrata corrige alla sua silloge, modificava
....VSIRIS in .....VSTRIS. In questo modo non correggeva tanto un refuso
tipografico, come prospetta nelle parole di premessa, ma piuttosto offriva
unimportante chiave per lintegrazione della lacuna.
A questa proposta, accettabile considerando lincertezza con cui
il lapicida tratta le T, va infatti aggiunto che lesame autoptico
consente il riconoscimento di un tratto obliquo prima della frattura a
sinistra della V, che potrebbe essere il braccio di una L e che rende
possibile la restituzione [viril]lustris o [v (ir) il]lustris.
Personaggi con questo titolo onorifico, che in questepoca designa
ancora una cerchia limitata di rango elevatissimo, sono piuttosto rari
in Italia settentrionale, sono noti un anonimo [vi]r inl(ustris), ex
comite sacraram largitionum sepolto in S. Nazaro di Milano nel 418
e la moglie Saura, inl(ustris) f(emina) deposta nel 439; di Vercelli
era un titulus funerario del 470 che ricordava Maianus e
il padre Luppianus, entrambi viri ìnlustres; un altro
epitaffio veronese, del 531, ricorda Placidia inlustris puella
e uno di Trieste del 571 un Maurentius v(ir) i(nlustris); sono
infine ricordati come committenti una Fausta inlustris femina,
nel pavimento musivo della basilica di Parenzo e un Apronianus vir
inl(ustris) in quello della basilica della Madonna del mare a Trieste
infine in S. Giustina di Padova, per i primi decenni del VI secolo, Opilio
v(ir) c(larissimus) et in(lustris) p(raefectus) p(raetorio) adqu(e) patncius.
Linteresse del nostro epitaffio aumenta però considerevolmente
se si confronta il suo contenuto con i dati offerti da una fonte della
metà del VI secolo; descrivendo le vicende della guerra tra Teoderico
e Odoaere, lAnonimo Valesiano scrive:
«Fausto et Longino. His consulibus Odoacar rex exiit de Cremona
et ambulavit Mediolanum. Tunc venerunt Wisigothae in auditorium Theoderici
et facta est pugna super fluvium Adduam, et ceciderunt populi ab utraque
parte, et occisus est Pierius comes domesticorum III idus Augustas et
fugit Odoacar Ravennam, et mox subsecutus est eum patricius Theodericus»
Le probabilità di riconoscere nelliscrizione di Garlate il
titulus funerario del generale di Odoacre sono numerose : coincidono
il nome e il titolo onorifico, dato che la carica di comes domesticorum
dava accesso al rango di illustris, l'ambito geografico dellavvenimento
che è definito dallAdda, fiume sulla cui sponda sorge Garlate;
lanno e il mese della morte. Diversa è invece l'indicazione
del giorno del decesso, dato che al iii idus Augustas dellAnonimo
Valesiano, lepigrafe contrappone il giorno precedente: iiii idus
A(u)cus(tas); una contraddizione sulla quale è necessario soffermarsi,
ma che comunque non riteniamo ponga grossi ostacoli.
Il cosiddetto Anonimo Valesiano è in realta un testo conservatosi
grazie a due codici, rispettivamente del IX e del XII secolo che riunisce
due opere distinte e di diverso contenuto. Nella sua seconda parte LAnonimo
conserva uno scritto redatto in Italia intorno alla metà del VI
secolo che racconta gli avvenimenti compresi nel periodo 474-526. Come
le altre fonti principali del periodo attinge ampiamente, soprattutto
per quanto riguarda le indicazioni cronologiche, ai Fasti Ravennati, o
Consularia Italica: una fonte ufficiale perduta nella sua redazione
originale che registrava in forma sintetica i principali eventi dello
stato.
Informazioni sulla battaglia dellAdda e la morte di Pierius sono
presenti anche nel Chronicon di Cassiodoro e nellAuctarium
Prosperi Hauniensis, tuttavia lindicazione cronologica precisa
è del solo Anonimo e non è quindi possibile un raffronto
con altre testimonianze cronachistiche.
Secondo unopinione del Cessi la data dell11 agosto non andrebbe
riferita alla battaglia dellAdda, ma al ritorno di Odoacre in Ravenna
dopo la sconfitta. A suo giudizio le notizie registrate nei Fasti per
questi anni riguardavano esclusivamente eventi concernenti Ravenna come
sede di governo e in primo luogo la presenza del sovrano nella capitale;
la formula dei Fasti doveva quindi presentarsi più o meno in questo
modo:
eo anno, ingressus est Odoacar rex Ravennam III idus augustas;
lanonimo autore inserì il riferimento cronologico nel tessuto
di una narrazione più estesa che presentava il ritorno a Ravenna
come originato dallo scontro sullAdda e cadde in un facile errore.
Per quanto possa farci comodo anticipare di qualche giorno la data della
battaglia, non ci sentiamo di condividere questopinione che risulta
piuttosto restrittiva circa il ventaglio di notizie che potevano essere
accolte nel testo originario dei Fasti. La fonte poteva benissimo registrare
battaglie decisive e la morte di personalità pubbliche di primo
piano; lo stesso Cessi, che esclude la possibilità che i Fasti
ricordassero le battaglie di Verona, dellAdda e della Pineta, riferendo
coerentemente le date fornite dalle fonti per questi eventi agli ingressi
e alle uscite di Odoacre da Ravenna, accetta invece, non trovando altra
spiegazione, che menzionassero lo scontro tra Tufa e Federico presso Trento.
Nel descrivere la battaglia dellAdda, Cassiodoro e l'aautore dellAuctarium
Hauniense utilizzano un linguaggio letterario e rivelano una personale
rielaborazione della notizia rinvenuta nei Fasti; lAnonimo presenta
invece un ordine espositivo, una serie di espressioni tipiche ed una terminologia
tecnica che contemplano anche lindicazione esatta della carica ricoperta
dal personaggio e lindicazione cronologica e che aderiscono perfettamente
allo scarno formulano ufficiale che caratterizzava i Fasti.
Lattendibilità della notizia e la fedeltà dellAnonimo
nellutilizzazione della sua fonte non escludono che un errore nellindicazione
del giorno della battaglia sia imputabile alla tradizione manoscritta
se, con un poco di pedanteria, confrontiamo altri dati cronologici attinti
dai Fasti e utilizzati dalle varie fonti coeve non è raro riscontrare
divergenze anche sensibili originate da errori degli amanuensi o dal cattivo
inserimento dei dati cronologici nel contesto narrativo.
Allo stesso modo si può pensare ad uno sbaglio del lapicida. Liscrizione
non manca dì altri errori che rivelano limperizia dellartigiano
e, se si considerano più in generale le caratteristiche delle epigrafi
del tempo, risulta tuttaltro che infrequente riscontrare, quando
è possibile un controllo delle indicazioni numeriche, per esempio
nella corrispondenza tra anno consolare e indizione, imprecisioni ed errori
che, è unosservazione del Grossi Gondi, dipendono soprattutto,
come nel nostro caso, dallaggiunta o dallomissione di una
I. Forse lerrore nacque per una sorta di ipercorrettismo: il lapicida,
presumibilmente analfabeta, preoccupato di aggiungere dopo le tre aste
del numerale, quella iniziale della parola idus, finì col
calcolarne una di troppo.
La nostra epigrafe si segnala come particolare anche per un altro aspetto:
G. B. De Rossi aveva notato sulla base delle epigrafi a lui note, che
il collega al consolato di Fausto giuniore, Longino, che venne nominato
in Oriente, non è mai ricordato in lapidi del 490, ma solo in quelle
del 491, perché probabilmente la sua elezione era fino a quel momento
ignota in Occidente. Largomento è ripreso dal Cessi che constata
la stessa cosa per quasi tutte le tavole consolari occidentali e riporta
il fenomeno ai dissensi tra Odoacre e limperatore dOriente
nel decennio 480-490 non si riconoscevano in Oriente i consoli nominati
da Odoacre in Occidente, mentre in Italia normalmente non si promulgano
i nomi di quelli orientali. Con il 491, invece, quando Odoacre è
assediato in Ravenna e non è più possibile il regolare esercizio
delle funzioni di nomina, la sovranità orientale riacquista piena
efficienza.
Dato che la nostra epigrafe menziona entrambi i consoli, può essere
utile verificare se quello di Garlate è lunico titulus
con questa particolarità o se ve ne sono altri.
Tra le epigrafi sicuramente assegnabili al 490, escludendo quindi quelle
che la genericità della menzione impedisce di riferire al Fausto
console nel 490 piuttosto che a quello del 483, il De Rossi ricordava
per Roma il titulus di Rome, deposta il 9 gennaio, quello di Thomas
ed Agnes, del 1 settembre, e un frammento privo dellindicazione
del mese; a queste testimonianze va aggiunta unaltra lastra frammentaria
romana, quella di un Septimin(us), priva anchessa dellindicazione
del mese e la lettera che papa Felice indirizza il 1 maggio allarchimandrita
costantinopolitano Thalasius.
Allargando lindagine al resto dItalia vanno ricordati il titulus
genovese di Iohannes del 28 settembre; uno frammentario di Vercelli
di fine settembre-ottobre; quello del vescovo di Zuglio Ienuarius
di fine ottobre-novembre; quello da Terni del v(ir) h(onestus) Frilitus
dell11 novembre; quello di Cimitile del vescovo Theodosius
del 7 dicembre; uno senza indicazione del mese di una Zenobia da Roccarainola
(NA).
Oltre a quella di Pierius, lunica iscrizione che abbiamo
individuata con la menzione dei due consoli è stata ritrovata nella
basilica di S. Abbondio in Como e ricorda la deposizione di un Iohannis
avvenuta il 4 agosto. E'
certo un fatto non casuale che lelezione di Longino, ignota o deliberatamente
ignorata, a quel che sembra, in diverse parti dItalia: ancora agli
iniizi di settembre a Roma, tra settembre e novembre a Genova, Vercelli,
Zuglio, Temi, verso la fine dellanno a Cimitile, era invece conosciuta
ed espressa in epigrafi comasche dei primi giorni dagosto, una delle
quali riferibile ad uno stretto collaboratore del capo sciro. Una riflessione
sui significati che questo dato può assumere esula dagli scopi
della presente indagine e necessiterebbe di una valutazione più
estesa delle indicazioni cronologiche contenute nelle epigrafi o in altre
fonti delletà di Odoacre e delle eventuali motivazioni politico-diplomatiche
dellassenza/presenza del nome del console orientale; in questa sede
ci preme soltanto collegare la menzione di Longino nei due epitaffi alla
presenza dellesercito di Odoacre nel circondano di Como.
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